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martedì 17 ottobre 2017

Maxim Lapunov è il primo gay ceceno a denunciare le persecuzioni a volto scoperto


In foto, Maxim Lapunov

Era arrivato in Cecenia per affari nel 2015: un giovanissimo imprenditore e organizzatore di eventi, apertamente gay, proveniente da Omsk, Siberia.

Sfortunatamente non aveva idea che due anni dopo sarebbe stato arrestato, sbattuto in cella e sottoposto a torture.

Tuttavia oggi Maxim Lapunov, 30 anni, è la prima persona ad alzare la voce di fronte alle tanto inquietanti e misteriose "purghe" omosessuali.

"Spero che questo gesto possa aiutare il governo russo ad investigare sulla vicenda e fare chiarezza, a dispetto del disinteresse mostrato fino ad ora" interviene il ragazzo rendendo pubblica la propria storia. "Il 16 Marzo 2017 sono stato avvicinato da un gruppo di ufficiali vestiti da civili.
Mi hanno sequestrato e portato in un edificio dove hanno preso possesso del mio telefono e letto i messaggi di testo, dai quali risultava evidente che fossi gay. Mi hanno accusato di essere venuto in Cecenia per sedurre i ragazzi del posto, chiedendomi ripetutamente con chi fossero avvenute quelle conversazioni, dovevo fare i nomi. Ho risposto che si trattava di uomini provenienti da altre regioni russe. Di fronte al mio riserbo, mi hanno rinchiuso in una minuscola cella tutta sporca di sangue. Ogni giorno mi ricordavano che mi avrebbero ucciso, mi davano bastonate, mi privavano del sonno, costringevano tutti i prigionieri a combattere tra di loro scommettendo sul vincitore. Tuttavia gli autoctoni venivano sempre trattati con maggiore brutalità rispetto a me, posso dirmi fortunato in un certo senso. La mia famiglia, in Siberia, aveva denunciato la mia scomparsa e solo per questo alla fine mi hanno liberato, non senza la minaccia di ripercussioni se mai avessi rivelato quello che avevo passato. Mi hanno anche fatto firmare una confessione nella quale dichiaravo di essere gay. Ancora adesso ho incubi, non riesco a dimenticare quelle grida, quei gemiti..."

Secondo Tanya Lokshina di Human Rights Watch e l'attivista gay russo Igor Kochetkov, non c'è stata ancora una vera e propria investigazione da parte del governo centrale, nonostante si tratti a tutti gli effetti di un "crimine contro l'umanità".

In foto (da destra): Maxim Lapunov, Igor Kochetkov, Tanya Lokshina

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lunedì 9 ottobre 2017

Yakarta: sei anni di prigione per aver lavorato in una sauna gay


Sabato 7 ottobre la polizia indonesiana ha arrestato 58 persone durante una retata all'interno di una delle maggiori saune gay della capitale. Tra i detenuti figurano anche alcuni turisti stranieri, tra i quale 4 cinesi, un tailandese e un olandese.

Nonostante l'omosessualità non sia illegale nel paese (tranne nella provincia di Aceh) le autorità ricorrono sovente ad una legge anti-pornografia per giustificare questo tipo di incursioni.

In un comunicato Argo Yuwono, portavoce della polizia di Yakarta, afferma che coloro che sono stati "colti in flagrante" a lavorare all'interno della sauna rischiano ora una pena di sei anni di carcere. Non è ancora chiaro a quale condanna o ammenda possano invece andare incontro i restanti 54 avventori occasionali.

Questa sarebbe ben la quinta retata ai danni della comunità Lgbt in spazi privati nell'anno 2017. Non si tratta nemmeno della prima sauna gay, infatti la polizia aveva già realizzato un'incursione nella Atlantis Spa di Yakarta a maggio arrestando 141 persone.

Tuttavia la legge anti-pornografia è in grado di ledere qualsiasi libertà, anche la normale vita di coppia.

Leggi ora l'articolo: Indonesia, sette anni di carcere per un bacio

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martedì 3 ottobre 2017

La storia di Aleksander e Nikita: suicidi per protesta


In foto, Helsinki

Una giovane coppia gay russa, 19 e 22 anni, ha recentemente inscenato un suicidio di fronte al parlamento di Helsinki per protesta, dopo aver scoperto che le loro richieste di asilo in Finlandia erano state respinte.

I giovani hanno rappresentato di fronte a una larga folla un atto puramente dimostrativo ma estremamente cruento affondandosi più volte un coltello nell'addome a vicenda. I referti dell'ospedale confermano numerose ferite nella regione addominale delle quali fortunatamente nessuna letale o pericolosa.

Il gesto di dissenso, che pure ha avuto poco clamore mediatico, doveva servire a sensibilizzare i Finlandesi così come il resto del mondo sulla situazione LGBT in Russia.

"Abbiamo fatto ricorso" affermano Aleksander e Nikita senza demordere "tuttavia i tempi sono lunghi e non possiamo tornare in Russia nel frattempo, in quanto verremmo sicuramente messi in carcere o uccisi per strada."

Ormai la condizione delle persone omosessuali in Russia è talmente drammatica che non si possono ignorare appelli come questo ed il ripristino di condizioni di vita dignitose per gay e lesbiche in un paese che sta facendo dell'odio per le minoranze la propria bandiera deve assumere un'importanza prioritaria globale.

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martedì 26 settembre 2017

La persecuzione LGBT si estende anche all' Azerbaijan


Arriva direttamente da NEFES , principale collettivo LGBT in Azerbaijan, la denuncia di quanto accaduto negli ultimi giorni.

Nella capitale Baku sono stati arrestati durante alcune retate centinaia di persone omosessuali in una purga che il presidente stesso di Nefes, Javid Nabiyev, definisce " molto simile a quella che sta avvenendo in Cecenia con la connivenza del governo russo".

Javid Nabiyev, presidente di Nefes

Intanto un portavoce del ministero dell'interno azero smentisce qualsiasi forma di repressione verso le minoranze e replica: "la polizia ha dovuto semplicemente adottare misure di sicurezza in quanto individui di orientamento sessuale non tradizionale si riunivano regolarmente in centro città dedicandosi a prostituzione ed altre attività illecite mettendo in serio pericolo l'ordine pubblico."

Spiegazione che appare quantomeno fragile, visti i precedenti del piccolo Stato.

Già nel 2016 il popolare quotidiano inglese The Guardian aveva definito l'Azerbaijan come " il peggior luogo al mondo dove essere gay ", seguito da Armenia e Russia.
Infatti, nonostante l'omosessualità sia formalmente legale, è uno dei paesi con la percentuale più alta di crimini d'odio verso la comunità LGBT ed alcuni politici nazionali come Ayaz Efendiyev, rappresentante del Ministero della Giustizia, hanno posizioni talmente estremiste da sembrare prese in prestito dal dittatore ceceno Ramzan Kadyrov.
Efendiyev, che (ricordiamolo) ricopre una carica pubblica importante all'interno del paese, si è recente espresso di fronte ai media internazionali incolpando l'occidente di "portare al crollo dei valori tradizionali difendendo i gay, i quali sono creature demoniache, portatrici di malattie e maledette da Dio."

Ayaz Efendiyev, deputato dell'Assemblea nazionale dell'Azerbaijan

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giovedì 21 settembre 2017

L'incredibile storia di Scott Shultz, l'attivista Lgbt brutalmente assassinato dalla polizia americana (VIDEO)


Scott Shultz, 21 anni, si definiva “bisessuale, non binario e intersessuale” ed era studente della Georgia Tech University e presidente della Georgia Tech Pride Alliance, organizzazione Lgbt interna all'università stessa.

Ora non potrà più né prendere la laurea, né proseguire con il suo attivismo, in quanto è stato barbaramente ucciso da un poliziotto.

Soffriva di depressione ed aveva tentato il suicidio più volte, senza mai riuscirci. Depresso e problematico ma non sprovveduto, Scott conosceva benissimo quanto la polizia americana avesse il grilletto facile, sapeva alla perfezione che ogni giorno viene addestrata a sparare in qualsiasi contesto e situazione e, probabilmente, intuiva anche che non avrebbe mostrato pietà nemmeno verso un ragazzino con dei disturbi mentali.

Adesso Scott vuole farla finita veramente. Questa volta non ce la fa proprio più a lottare con i suoi fantasmi: Il piano è semplice, quanto critico e risolutivo.

Nel letto dal dormitorio, tra le coperte, depone una lettera nella quale annuncia la propria morte.

Prende il cellulare, esce fuori e chiama il 911 segnalando un ragazzo dai capelli lunghi e biondi (si autodescrive) che si aggira per il campus con una pistola (mai rinvenuta) e un coltello, arma che in seguito si rivelerà una semplice lama multiuso (nulla che avrebbe potuto mettere seriamente in pericolo le vite dei ben quattro agenti armati intervenuti sul posto).

Scott aspetta tranquillamente l'arrivo delle forze dell'ordine fuori dall'edificio e gli va repentinamente incontro gridando: "Sparatemi!"

Dopo pochi minuti di trattative, vedendo che il ragazzo non risponde agli ordini e continua a urlare: "Uccidetemi" brandendo "minacciosamente" il minuscolo coltellino multiuso, uno degli agenti decide di accontentare finalmente le reiterate richieste sparandogli in petto. Le grida di dolore, poi niente. Scott non esiste più.

"Perché non hanno usato un arma non letale, come uno spray al peperoncino o un teaser?" hanno chiesto i genitori di Scott in conferenza stampa.

E in fondo è quello che si chiedono tutti.

Quel che è certo è che si trattava di ben quattro poliziotti armati e addestrati contro un ventunenne munito di un coltellino.
Ingiustizie del genere accadono, purtroppo, all'ordine del giorno. Solo che questa volta la crudeltà e la brutalità della polizia sono servite non come deterrente (quando mai la violenza è un deterrente? Non genera forse altra rabbia e violenza?) a compiere un'azione illegale, bensì da inusuale e quantomai inconsueto "stimolo al suicidio" per un ragazzo gravemente depresso. Un ragazzo nel bel mezzo di una crisi che avrebbe dovuto essere aiutato. Un ragazzo che doveva essere salvato, non ucciso.

Intanto il sito dell'associazione Georgia Tech Pride Alliance è momentaneamente fermo, queste le parole che commemorano il lutto: "Come avrete saputo abbiamo perso il nostro presidente, Scott. Siamo profondamente tristi per quello che è accaduto. Per ben due anni è stato il pilastro portante della nostra organizzazione. [...] La sua leadership ci ha permesso di creare profondi cambiamenti all'interno dell'università e fuori. Ci ha sempre ricordato come una molteplicità di fattori giochino sull'esperienza personale di ognuno e che, di conseguenza, bisogna pensare in maniera critica di fronte all'identità sessuale. Amiamo Scott e continueremo a lottare per un cambiamento."

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venerdì 15 settembre 2017

È dimostrato: c'è correlazione tra omofobia e abusi sessuali sui minori in chiesa


Un recente studio australiano della Melbourne University sostiene che il celibato obbligatorio imposto ai sacerdoti e l'ambiente profondamente omofobico che si respira nel contesto ecclesiastico "sono stati e sono ancora i maggiori fattori di rischio che possono portare all'abuso infantile".

Il Dottor Peter Wilkinson ed il Professor Des Cahill, durante un'indagine durata cinque anni, hanno individuato radici sistematiche allo stupro di minori: i ragazzi cattolici sono infatti a rischio di sviluppare una "immaturità psicosessuale" e di diventare quindi preti o frati sessualmente problematici e frustrati.

In particolare, una perizia che prende in considerazione 26 studi chiave provenienti da tutto il mondo sull'abuso di bambini nelle chiese, mostra dei dati sconcertanti: tra i cattolici, ben 1 prete ogni 15 è uno stupratore, "media che cala sensibilmente laddove non avviene la completa denigrazione del sesso femminile, come tra i pastori protestanti i quali hanno diritto al matrimonio e ad una vita sessuale" conferma il Dottor Wilkinson.

Di fronte invece ai numerosi religiosi che abusano di minori maschi i due studiosi affermano: "Non è l'omosessualità che porta alla pedofilia in questi casi, bensì l'omofobia. L'insegnamento profondamente omofobico di chiese e seminari secondo cui essere gay è sbagliato e l'unico rimedio per evitare il peccato consiste nella castità porta il soggetto ad una condizione di immaturità psicosociale che può divenire importante fattore e causa di disordini sessuali."

In sostanza, conclude lo studio, adolescenti e bambini si trovano maggiormente a rischio con i sacerdoti i quali "non abbiano risolto in modo soddisfacente i problemi legati alla propria identità sessuale."

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martedì 12 settembre 2017

Il Kuwait deporta decine di uomini sospettati di essere omosessuali


Il Kuwait è un minuscolo Stato del medio oriente con capitale Kuwait City ed una popolazione in crescita vertiginosa che si aggira attorno ai 5 milioni di abitanti.

Come in altri paesi vicini o confinanti (Bahrein, Omán, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi...) è severamente proibito non solo essere apertamente omosessuali o transessuali, ma anche tenere una condotta ambigua o non perfettamente "ortodossa", come ad esempio non rispettare alla lettera i ristretti canoni di abbigliamento suggeriti dalla società.

Un cosiddetto "comitato della moralità" ha realizzato una serie di retate durante il mese di agosto, portando alla chiusura di 22 centri massaggi suppostamente luogo di incontri e alla deportazione di decine di persone reputate "colpevoli" di essere gay o transgender.

Già negli anni precedenti il piccolo Stato aveva minacciato controlli medici alla frontiera per "individuare i gay" tra i richiedenti visto. Le modalità di tale esame (forse non a caso) non sono mai state rese note.

In Kuwait il codice penale punisce le relazioni sessuali tra uomini adulti e consenzienti con 6 anni di carcere. La pena si alza addirittura a 10 anni in caso le persone coinvolte siano minorenni (ragazzi sotto i 21 anni), mentre l'omosessualità femminile non è nemmeno contemplata.

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