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domenica 4 novembre 2018

"Non bisogna essere gay per difenderne i diritti": Intervista a Mario Artiaco, Autore di "Io, Lauro e le rose"



Mario Artiaco


"Vorrei si sapesse di me che, come il colibrì nella foresta con la goccia d’acqua nel becco mentre il leone lo deride, provo strenuamente soltanto a fare la mia parte"

Così si presenta Mario Artiaco a chi ancora non lo conosce. Disilluso ma determinato più che mai, lo scrittore che ha lasciato il segno con il suo romanzo d'esordio a tematica LGBT "Io, Lauro e le rose" ci anticipa che uscirà presto con una nuova pubblicazione.

In attesa del prossimo libro, ha risposto per noi ad alcune delle domande.

“Nel silenzio si diventa complici” e “non bisogna essere omosessuali per difenderne i diritti”. Sono frasi che hai ripetuto più volte. Cosa significano per te?

La prima citazione è di Sartre e aggiungerei col tempo, reiterando l’indifferenza, si diventi anche carnefici. La seconda è frutto di ciò che troppo spesso mi hanno restituito i lettori in giro per l’Italia. Quasi a ogni presentazione mi è stato chiesto per quale motivo un eterosessuale scriva di omosessualità. La questione è grave e annosa, lo stereotipo e il pregiudizio sono molto più radicati di quanto solo in superficie si possa immaginare. È necessario precisare che, in un paese profondamente incivile come il nostro, dove i diritti sembra siano privilegio di pochi, c’è bisogno ancora dell’utilizzo delle etichette. Sogno un giorno non ci sia più necessità di usare termini per identificarsi, non solo per catalogare l’orientamento sessuale di ogni individuo, ma in assoluto, per qualunque caratteristica ci distingua gli uni dagli altri.
Nella diversità alberga la grande Bellezza, conoscere è sinonimo, molto spesso, di riconoscersi e scoprirsi molto più simili di quanto la coltre di insensibilità e l’ignoranza ci tengano a distanza.
Sono un essere umano che ha raccontato, tra le pagine del suo romanzo, di altri essere umani. Siano essi eterosessuali, omosessuali, uomini e donne di cuore, esseri spregevoli, madri anaffettive o personaggi pregni di pregiudizi.
I diritti sono di tutti, nessuno escluso, e non c’è bisogno di avere un parente o un amico omosessuale per sostenerne l’uguaglianza.
Non c’è altresì bisogno di avere in casa propria un affetto ridotto all’infermità fisica ma nel pieno delle facoltà mentali, come dj Fabo o Piergiorgio Welby, affinché il paese si movimenti a mendicare al nostro Stato, falsamente laico e bigotto, che la Camera raggiunga il quorum per votare, almeno, la legge al diritto sul fine vita. Potrei continuare con altri dolorosi casi di comune quotidiana disuguaglianza ma preferisco chiudere con una riflessione che dovrebbe far sorridere e riflettere:
“Nel WWF non c’è un solo panda che vi sia iscritto.”



Non solo di omosessualità racconta il tuo romanzo, ma anche di pedofilia e riscatto da parte della vittima. Uno dei personaggi principali è don Peppino, un pedofilo che abusava i ragazzini col pretesto di aiutarli economicamente. Riesce ad instaurare con Raffaele, il protagonista, una convivenza e una relazione per diversi anni. Come è possibile?

Don Peppino è un pedofilo. Il rapporto che si instaura tra i due è complesso: Raffaele ha un cuore enorme, perdona tutto e tutti, arriva al punto di asserire “chissà cosa devono aver fatto lui” riferendosi al suo aguzzino. Non ha mai una parola di condanna, non emette mai un giudizio. Ha la forza dei giusti, gli ultimi, gli umili, gli umiliati, i dimenticati. Raffaele è un grande uomo che prova a sostenere sulle sue spalle il peso del mondo fino a scoprirsi impotente e malato.
Il suo atto di catarsi è figlio del dolore e dettato dal tempo che stringe ma in genere, l’ultima cosa che un abusato vuole accada, è che sia resa pubblica la sua storia. Così gli anni trascorrono in quella casa, tra il silenzio e l’indifferenza di un popolo che, ancora oggi, non senza dubbi o con certezze ormai consolidate, inneggia al suo santo benefattore.
Raffaele si immola per la causa, è rimasto l’uomo di famiglia di riferimento, e in nome di ciò sopporta quello che nessun essere umano dovrebbe. Mortificato, offeso, deprivato di ogni forma di diritto, sin da quando è ragazzino, riesce a condurre una vita maledetta fino all’avvenimento che finirà per sconvolgere la sua vita e quella di chi lo circonda, don Peppino incluso.
Di qui il riscatto suo e anche di un paese, Meta di Sorrento, attraverso suoi personaggi chiave che rendono una possibilità a chi non l’aveva mai avuta.



Il romanzo ha avuto una risonanza incredibile. È stato presentato quasi cento volte, in decine di città, tra cui al Salone Internazionale della Fiera del Libro di Torino e alla libreria Notebook di cui Roma, in cui è intervenuta la senatrice Monica Cirinnà.
Considerando che si tratta di un romanzo autopubblicato, pensi sia un incoraggiamento a proseguire su questa strada?


Ero a casa a lavorare sul file del romanzo, che non è mai pronto, definitivo, e arriva una telefonata che credevo fosse il sogno di una vita o che almeno avevo coltivato come tale.. ah, le aspettative. Il mio interlocutore colmo di supponenza mi dice abbiano valutato il mio testo sia meritevole di una pubblicazione con la loro casa editrice. Tremavo, non mi sembrava vero, ma in pochi attimi iniziai a pregustare una delusione che brucia ancora, non per i risultati ottenuti dal mio percorso di auto pubblicazione, i numeri non mentono e nemmeno gli appuntamenti e chi mi ha accompagnato durante il mio tour ancora aperto, bensì perché da ragazzino uno dei criteri di scelta per l’acquisto di un libro era preferirlo proprio di questa famosissima etichetta.
La loro proposta era irragionevole, avrebbero desiderato inserissi in particolare un paio di capitoli che commercialmente avrebbero spinto moltissimo sulle vendite in quanto di grande attualità ma saremmo finiti a raccontare non una pura e mera storia di fantasia ma quasi.
Il mio romanzo nasce da una promessa e, benché esser pubblicati da un editore istituzionale imponga dei compromessi, non mi sono sentito di stravolgere il racconto di questa vita per una eventuale fama o per qualche copia venduta in più. Non ho scritto per costruire un personaggio attorno a me o per denaro, ho scritto per Amore e con la forza del dolore.
Così oggi mi definisco felicemente auto pubblicato. È un percorso lungo, duro, ricco di insidie. Farsi conoscere necessita di tempo, pazienza e prendi mille porte in faccia ma una sconfitta vale cento vittorie e un no, dieci no, cento no, possono farti crescere e allenano alla perseveranza, mai darsi per vinti, mai mollare.
L’editoria istituzionale vive un momento pessimo, basti guardare la maggior parte dei titoli di presunto successo e le tematiche che trattano. È un business, non più cultura o impegno sociale. E questo frangente, gli stessi addetti ai lavori, lo vivono con confusione e navigando a vista.
L’auto pubblicazione è una canale non ancora diffuso in termini percentuali nel nostro paese, dove si legge poco e male, ma comunque significativo e in continua espansione. Va fatta comunque una cernita accurata dei testi, tutti possono con pochi passaggi immettere in rete qualunque contenuto salvo poi fare i conti con la propria reputazione e il valore e la forma di cosa condividono.
Consiglio questa strada, ma qualsiasi altro itinerario di vita, soltanto a chi non ha paura, a chi è umile, a chi ha scelto di investire tutto sull’Amore, “only the brave”.




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venerdì 5 ottobre 2018

AMERICA NASCOSTA: Un bicchiere d’acqua da un milione di dollari



Intervista con Adam Smith, l’uomo che ha perso tutto aver sostenuto apertamente i diritti LGBT


Adam Smith


È un assolato pomeriggio d’estate del 2012 quando Adam Smith decide di salire in macchina dirigendosi al drive-in del fast food Chick-fil-A di Tucson, Arizona. Il clima arido e le temperature altissime non lasciano scampo. Rallenta, abbassa il finestrino e ordina un bicchiere d’acqua.
Tuttavia non si trova lì per bere.
Ad un tratto comincia a confrontarsi con la dipendente che lo sta servendo a proposito di diritti LGBT, pensando di fare qualcosa di positivo e costruttivo. Riprende la conversazione con una telecamera e pubblica tutto sui social network.
Da quel giorno la sua vita cambierà radicalmente.

Chick-fil-A non è un fast food qualsiasi. Il suo presidente, Dan Cathy, si è sempre dichiarato contro il matrimonio gay.
Dal 2009 la multinazionale ha cominciato a finanziare gruppi cristiani anti gay, alcuni dei quali praticavano terapie di conversione rivolte a giovani omosessuali, garantendo una “cura” attraverso la preghiera e altri metodi meno ortodossi.
Marriage & Family Foundation, Fellowship Of Christian Athletes, National Christian Foundation, New Mexico Christian Foundation, Exodus International, Family Research Council e Georgia Family Council sono solo alcuni dei gruppi d’odio ad aver ricevuto consistenti somme di denaro tra il 2009 e il 2012.

“Non penso sia giusto che le multinazionali finanzino gruppi del genere, non fanno altro che seminare odio.” ribadisce Adam, visibilmente impacciato, alla dipendente di Chick-Fil-A.

Adam è eterosessuale. È sposato e ha quattro figli. È la sua prima protesta e parla di getto. Suona ripetitivo, forse un po’ ingenuo. Tuttavia il messaggio che vuole lasciare ha un senso logico: perché sostenere chi calpesta le minoranze? Che male c'è se un ragazzo ama un altro ragazzo?

“Non so veramente come tu possa sentirti bene con te stessa a lavorare qui.” afferma Adam rivolgendosi alla stessa dipendente “penso che meriti di meglio, Rachel, ne sono certo.”
Con queste parole prende il suo bicchiere d’acqua, riaccende il motore e si allontana. Il video, di circa 2 minuti, verrà postato sui social diventando estremamente virale.
Verrà riproposto in seguito dai mass media.
Il breve dissenso diventerà “una provocazione”, le domande educate si tramuteranno in “violenza”, “prevaricazione” e “arroganza”.
Rachel Elizabeth, l’impiegata che non ne aveva voluto sapere di prendere parte alla conversazione, verrà rappresentata come una vittima.
Adam perderà il lavoro come direttore finanziario di una casa farmaceutica e, a causa di quell’unico video, non verrà mai più assunto da nessuna compagnia. In pochi anni lui e la sua famiglia si ridurranno in povertà, fino a dover chiedere buoni pasto allo Stato per tirare avanti e rimanere a galla.
A quel punto riprenderà in mano la sua vita trasformando le avversità in un dono, un’opportunità incredibile di rinascita.



Ma come è potuto succedere tutto questo?

Prima di tutto abbiamo una multinazionale che vede crescere le proteste e diminuire gli incassi a causa della poca tolleranza verso le minoranze. Per un’azienda così potente, Adam Smith è stato il capro espiatorio che ha permesso di capovolgere la situazione a proprio vantaggio.

Poi abbiamo una ghigliottina mediatica contro un personaggio tutt’altro che pubblico. Un uomo che era sempre rimasto nell’anonimato. Un uomo che aveva vissuto un’infanzia povera e di abusi, procacciandosi il cibo rovistando nei cassetti dell’immondizia. Un uomo che aveva saputo rialzarsi e che si era “fatto da sé”, inseguendo l’ideale del sogno americano.

Adam Smith è stato stato riconosciuto come autore del video attraverso un software di riconoscimento facciale applicato ad un frame nel quale appare il suo viso.
Ma le stranezze non finiscono qui.
Pochi giorni dopo sono cominciate le intimidazioni e lo stalking massivo, prima sul posto di lavoro (che ha perso in poche settimane) e poi a casa. Oltre che su internet, sia chiaro.
Quando sono arrivate le prime minacce rivolte a suoi quattro bambini, età dai 4 ai 10 anni, si è sentito talmente inutile e impotente da avere per un attimo pensato al suicidio. Forse la sua famiglia sarebbe stata meglio senza di lui, senza quel marchio d’infamia che lo circondava, nemmeno fosse stato Caino.

Come? Una piccola protesta che si trasforma in un marchio d'infamia? Non suona alquanto improbabile e distopico? Leggete Orwell e capirete.

Per un periodo si trasferisce in Costa Rica dove comincia a lavorare in un centro di cura immerso nella foresta.
Lontano dagli Stati Uniti, ritrova se stesso.
Ha già raggiunto la felicità e il distacco interiore quando uno dei suoi figli lo approccia timidamente e, come una liberazione, getta fuori la verità che si teneva dentro da anni: "Papà, sono gay."
Adam sorride. Tutto torna. Non c'è niente che non sia al proprio posto.
"Sei in una famiglia che non cercherà mai di cambiarti," risponde "in una famiglia che ti accetterà per quello che sei."

Ora Adam Smith è un altro uomo, con un'altra vita.
Adam Smith è l’uomo che a causa della ghigliottina mediatica ha perso il capitale della propria azienda e un salario annuo a sei zeri, per un ammontare di oltre un milione di dollari. Tutto per un bicchiere d'acqua.
Adam Smith è anche l’uomo che attraverso la pubblica umiliazione ha ritrovato se stesso e che sarebbe disposto a pagare un milione di dollari per quel bicchiere d’acqua ancora e ancora, all’infinito.

Sono riuscito a contattarlo attraverso il suo sito adammarksmith.com per fargli qualche breve domanda:

Per prima cosa, dove vivi e di cosa ti occupi al momento?

ADAM: Attualmente vivo in uno scuolabus che ho reso abitabile. Io e la mia famiglia stiamo percorrendo gli Stati Uniti raccontando la nostra storia e alla ricerca di un nuovo posto fisso dove stare. Come lavoro faccio il life-coach e mi rivolgo a persone che cerchino aiuto dal punto di vista spirituale e non solo.

Sei eterosessuale. Perché decidesti di protestare proprio per i diritti LGBT?

ADAM: Credo nell'uguaglianza di tutti gli esseri umani. L'idea dell'individualità, ossia che siamo separati dagli altri, è un'illusione. Le etichette permettono alle persone di creare disuguaglianze che non sono né importanti né tantomeno reali. Noi siamo Uno.

Ai tempi la tua protesta non fu utile alla comunità LGBT, poiché venne manipolata dai media. Una protesta pacifica e, ammettiamolo, un po' ingenua, si è trasformata in un caso di "molestie", anche se il video dimostra tutto il contrario. Cosa pensi, appunto, del potere di manipolazione del web e dei media?

ADAM: Internet può essere una fonte d'informazione piuttosto inaffidabile. Bisogna tenere in conto inoltre che spesso il pregiudizio può alterare la realtà.

Chick-fil-A è una potente multinazionale. Al giorno d'oggi sta ancora supportando i gruppi anti gay e le terapie riparative oppure qualcosa è cambiato?

ADAM: Ho letto di rencente che hanno finalmente smesso finanziare questi gruppi.

Hai mai ricevuto appoggio dalla comunità LGBT?

ADAM: Ho ricevuto mail di solidarietà da singoli individui, ma mai da organizzazioni. Senza dubbio il carattere ingenuo con cui ho condotto la protesta e l'attenzione morbosa dei media hanno frenato le reazioni in questo senso.

Come ha gestito tuo figlio il coming out?

ADAM: Era terrorizzato. Aveva visto quello che io avevo pagato per supportare i diritti LGBT. Sono certo stesse pensando che, in qualche modo, ci sarebbe stato un prezzo da scontare per la sua omosessualità.
Personalmente, sono fiero di avere un figlio che sia libero di essere ciò che vuole.



Adam Smith ha scritto anche un libro intitolato Million Dollar Cup of Water: Discovering the Wealth in Authenticity dove narra della sua esperienza di vita e dei suoi viaggi.







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martedì 26 giugno 2018

"Chiamami col tuo nome" di André Aciman: NARRATIVA GAY OGGI






TITOLO: Chiamami col tuo nome

AUTORE: André Aciman

EDITORE: Guanda

GENERE: sentimentale, Lgbt

PREZZO
: 4,99 euro ( versione Kindle) ; 14,45 euro ( versione cartacea)

PAGINE: 271

Acquistabile su Amazon.it

"Non tirare lo sciacquone" lo pregai, "voglio vedere." Ciò che vidi scatenò in me una fitta compassione per lui, per il suo corpo, per la sua vita, che all'improvviso mi sembrava così fragile e vulnerabile. "Adesso i nostri corpi non hanno più segreti" dissi sedendomi a mia volta sulla tazza. Oliver era saltato nella vasca da bagno e stava per aprire la doccia. "Voglio che tu veda cosa faccio io" gli dissi. Lui fece ben di più. Uscì dalla vasca, mi baciò sulla bocca e, premendomi e massaggiandomi la pancia con il palmo della mano, assisté all'evento.

La relazione tormentata e mai portata fino in fondo tra due giovanissimi nel corso di un'estate. Un romanzo colmo di desiderio e angoscia. Elio, diciassette anni, musicista e accanito amante della letteratura e della filosofia, e Oliver, un giovane professore universitario ventitreenne dai modi disinvolti: si incontreranno in una sperduta casa di campagna nel Ponente ligure e, tra scambi culturali, confessioni audaci e passioni forti, si trovaranno e si perderanno.

Gran parte del libro racconta in prima persona le fantasie sessuali dell'adolescente Elio. Come in un libro erotico che non arriva mai al dunque, veniamo a contatto con abbigliamento intimo annusato di nascosto, sguardi rubati, timidi approcci nel tentativo di tastare il terreno, sogni ad occhi aperti e, sopratutto, masturbazione.

Le numerose citazioni letterarie, che pure contraddistinguono "Chiamami col tuo nome", non vengono quasi mai approfondite, rimangono perlopiù in superficie impendendo al lettore di immedesimarsi.

Le parti crude e "trash", come gli scambi di saliva, lo sperma secco sulla pelle, "svolazzina", la defecazione, il dito medio nell'ano, il vomito, costituiscono le parti più interessanti del narrato e vengono inserite nel contesto con l'evidente intento di elevare pulsioni e perversioni (in senso freudiano) a qualcosa di più nobile e "spirituale". Purtroppo non sempre il processo di sublimazione riesce alla perfezione.
Il romanzo risulta un flusso di coscienza interminabile in cui, a volte, si ha la sensazione che manchi qualcosa. Qualcosa che renda i protagonisti reali, credibili, e non semplici frammenti della personalità di Aciman.
Elio e Oliver sono due lati della stessa medaglia. Due personaggi che hanno poco e niente a che vedere con la giovinezza. Ogni attimo traspaiono, lampanti, il carattere e l'indole di uno scrittore anziano a manovrare le fila.
Anche se la scrittura è abbastanza scorrevole, la trama è noiosa e poco originale.

Un discorso a parte andrebbe fatto per il finale ("I luoghi dello spirito"). In questo ultimo capitolo Elio e Oliver si incontrano dopo vent'anni. Entrambi ricordano tutto, ogni minimo particolare di una storia vissuta intensamente, ma mai fino in fondo.
Lancinante e nostalgico, Aciman racchiude in poche pagine la tensione emotiva che era venuta a mancare in precedenza.
Nondimeno, per arrivare fin qui, si devono scorrere pagine e pagine di atti mancati, di nulla assoluto.

Guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.








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domenica 17 giugno 2018

Nigeriano, gay, rifugiato




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Gran parte dei rifugiati per discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale in Regno Unito proviene dalla Nigeria.
Qui per il "reato" di omosessualità si rischiano fino a 14 anni di carcere, cento frustate e, in alcuni casi, persino la lapidazione.
Se sei gay e non ti ammazza lo Stato, ci pensa comunque il vicino.
In Nigeria, è risaputo, la gente ti mette uno pneumatico intorno al collo e ti brucia vivo. Non importa a nessuno.

Recentemente proprio il Regno Unito ha respinto la richiesta d'asilo di Adeniyi Raji, originario di Lagos, Nigeria, fuggito dal paese a causa delle leggi omofobe. Laddove la richiesta d’asilo non venga accolta, scattano l’espulsione e il rimpatrio come da prassi.

Adeniyi, 43 anni, intratteneva una relazione extraconiugale omosessuale.
La moglie, dopo averlo scoperto, ha chiesto immediatamente il divorzio denunciandolo alle autorità, che a loro volta hanno reso pubblica la vicenda.


Anche in Uganda, come in Nigeria, gli omosessuali vengono emarginati pubblicamente


Dopo aver divorziato e perso il lavoro, Raji è riuscito a prendere un volo per la Gran Bretagna, richiedendo la protezione umanitaria. Dopo lunghi mesi e numerosi trasferimenti in vari centri di detenzione, finalmente arriva il verdetto.

"La corte ha analizzato il caso e ritenuto nulle le prove per le quali il mio assistito sarebbe a serio rischio di vita se venisse ritrasferito in Nigeria, ma non ci sono nemmeno evidenze che smentiscano i documenti che abbiamo presentato", spiega Bhaveshri Patel-Chandegra, avvocato di Adeniyi Raji.

“Il problema è che i richiedenti asilo vengono spesso trattati come bugiardi” sostiene Bisi Alimi, attivista e blogger Lgbt nigeriano residente a Londra, “diventa loro responsabilità dimostrare di essere omosessuali e che la loro incolumità sia in pericolo. La maggior parte delle volte è difficile trovare delle prove, proprio perché questi ultimi hanno vissuto la loro vita privata di nascosto."


Bisi Alimi


Tra giugno 2015 e marzo 2017 sono state presentate 362 domande di asilo basate sull'orientamento sessuale, delle quali solo 63 sono state approvate.
Spesso gli omosessuali riescono a ottenere lo status di rifugiati solo dopo estenuanti lotte e appelli.
Sulla vicenda di Adeniyi si è espresso anche un portavoce del Ministero degli Interni britannico, il quale ha dichiarato:
"Il Regno Unito detiene un'importante primato nella concessione d’asilo politico a coloro che necessitino protezione, ogni richiesta viene studiata e analizzata individualmente. Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con organizzazioni e associazioni di beneficenza, tra cui Stonewall e UNHCR, per migliorare la formazione degli assistenti sociali in materia d'asilo".

Speriamo dunque che l'appello di Raji venga rivalutato, al fine di garantire sicurezza e serenità a chi, semplicemente, ha avuto il coraggio di amare in un paese dove il suo amore era proibito.



Notizie Gay Dal Mondo
in collaborazione con Astrid Green
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venerdì 15 giugno 2018

Mondiali ANTI- LGBT?



Il suo nome è Peter Tatchell, un attivista gay che questa settimana si era recato in Russia non per tifare la squadra di calcio del cuore, ma per protestare contro i diritti negati e i soprusi verso la comunità Lgbt. In mano reggeva un cartello con su scritto: "Putin non agisce contro le torture degli omosessuali in Cecenia."
La manifestazione, pacifica è solitaria, è durata solo pochi minuti. Dopodiché sono scattati la censura e l'immancabile arresto da parte delle forze dell'ordine.
Arresto che non hanno dovuto subire prima di lui anche innumerevoli attivisti autoctoni, in nome della famosa legge anti propaganda gay.


Peter Tatchell


Football Supporters’ Federation aveva già avvisato con un comunicato che i mondiali in Russia non sarebbero stati sicuri per la comunità Lgbt e, in un post risalente all'11 maggio, consigliava la massima discrezione e di non mostrarsi in atteggiamenti affettuosi col proprio partner in pubblico, definendo la cultura del paese come "poco tollerante".

Questo fine settimana una coppia gay francese è stata vittima di un attacco omofobo a San Pietroburgo. Uno dei due, O. Davrius, avrebbe subito una lesione al cervello, oltre che una frattura alla mandibola. I responsabili, identificati dalla polizia, sono Ismet Gaidarov , 25 anni, e Rasul Magomedov , 24 anni.



Alexander Agapov

È andata decisamente meglio ad Alexander Agapov, presidente della Federazione Russa Sport LGBT, che ha coraggiosamente spiegato e sventolato una bandiera arcobaleno allo Stadio Lužniki di Mosca durante il discorso inaugurale del presidente Vladimir Putin. Al momento pare non abbia ancora ricevuto ripercussioni.



Uno bacio gay? Una manifestazione di tolleranza durante il match tra due nazioni omofobe (Russia e Arabia Saudita)?
Non proprio, piuttosto un fenomeno di realtà aumentata visibile solo puntando la telecamera del proprio telefonino sugli spalti. Il tutto, reso possibile da un apposito link.

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martedì 5 giugno 2018

Primo gay pride della storia in... Antartide!





La stazione McMurdo è una base antartica permanente abitata da pochi scienziati. Durante l'inverno ospita solamente 150 residenti, circa un quarto dell'intera popolazione del continente. Le temperature si aggirano attorno ai −50 °C.



Ciononostante né le condizione climatiche estreme, né il profondo isolamento, hanno scoraggiato Shawn Waldron, Evan Townsend e gli altri organizzatori (circa 10 persone LGBT), che sabato 2 giugno hanno cominciato i festeggiamenti per il primo gay pride mai avvenuto in quelle terre sconfinate, selvagge e desolate.
Tra gli eventi svolti vi sono stati una notte in un "bar gay" improvvisato, una serata di cinema LGBT e una piccola sfilata con tanto di bandiere arcobaleno.

"È importante festeggiare ovunque" fanno sapere gli oganizzatori "Ogni persona che celebra il pride è un esempio di ciò che la comunità LGBT è tutt'oggi e ne rivela le potenzialità. Veniamo a scoprire poco a poco che queste ultime sono illimitate. Ed è un'occasione per ricordarlo sia al mondo che a noi stessi."

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venerdì 18 maggio 2018

Inclusivo e pericoloso: le innumerevoli contraddizioni del Brasile





Ogni anno milioni di persone si riuniscono per partecipare ai Pride di San Paolo e Rio de Janeiro. Il matromonio omosessuale è in vigore dal 2013, l'adozione da parte di coppie dello stesso sesso è ampiamente riconosciuta, l'arruolamento nelle forze armate sembra non dare adito ad alcun tipo di discriminazione: insomma, a livello internazione il Brasile si distingue per la sua cultura tollerante, aperta e accogliente.

Nondimeno, a tutta questa inclusione si contrappone un lato oscuro, probabilmente meno noto ma non per questo meno incombente.

Rio de Janeiro, 2010. Alexandre Ivo, 14 anni, esce per una serata con degli amici gay quando, al ritorno dalla festa, viene aggredito e sequestrato da alcuni ragazzi più grandi. Dopo una tortura che si protrae per due interminabili ore, quando è ormai a terra e indifeso, senza battere ciglio lo sollevano e lo impiccano ad un ramo con la sua stessa maglietta. Il corpo viene poi abbandonato senza vita in un campo. Sarà ritrovato il giorno seguente dalla polizia con i denti rotti, il viso sfigurato, ematomi su tutto il corpo e una frattura esposta sul capo. I tre presunti assassini, Alan Siqueira Freitas, Eric Boa Hora Bedruim e André Luiz Cruz Souza, non sono mai stati condannati per mancanza di prove.




Goias, 2014. João Antônio Donati, 18 anni. Anche lui strangolato, violentato, il collo e le braccia rotte. Il cadavere è stato abbandonato in un terreno incolto, un foglio accartocciato in bocca con su scritto: "Fermiamo la piaga gay".


San Paolo, 2018. Matheus Passarelli, 21 anni e attivista Lgbt non binario. Scomparso questo 29 Aprile, i suoi resti sono stati ritrovati solo recentemente. Bruciato vivo, carbonizzato tanto da essere irriconoscibile, le speranze di recuperare indizi, compiere una ricostruzione accurata e trovare gli assassini si fanno sempre più disperate e inconsistenti.


I dati parlano chiaro: In Brasile ogni giorno un ragazzo omosessuale viene brutalmente assassinato. Secondo il Grupo Gay Bahía (GGB) nell'ultimo anno c'è stato addirittura un incremento del 30% e, se nel 2016 le vittime erano state 343, nel 2017 sono aumentate a 445. Di queste ultime, il 44.6% erano gay, il 43.9% transessuali, il 9.7% lebiche e l'1.3% bisessuali.

Tuttavia il pericolo maggiore è proprio per le persone trans, che secondo le stime non raggiungerebbero il milione di individui, mentre la popolazione gay si aggira attorno ai venti milioni.

Se in Brasile l'aspettativa media di vita di una persona etero è di 75 anni, per un trans arriva a malapena a 35.

Il quotidiano spagnolo El Mundo in un articolo risalente al 2015 ("Transexuales, la cara más frágil de Brasil") riporta che il 50% dei transessuali uccisi in tutto il mondo provengono proprio dal Brasile.

In un paese dove il 77% degli abitanti ha già chiesto la criminalizzazione dell'omofobia (e transfobia) come reato, può una minoranza omofoba fare la differenza?



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